Grazie Alberto
dedicata al mio istruttore di volo
Va beh, si a conti fatti, a giornata finita capisco tante cose, ma era già nell’aria.
Quella incertezza mista a gioia ed insicurezza a cui non so dare ancora un ruolo, era li, anche se ne ho avuto consapevolezza soltanto dopo, era li.
Quando in atterraggio quel sabato mattina, sembrava destino non arrivasse nessuno e ho preso la decisione di non aspettare oltre dopo un ora di attesa.
Era pieno di tensione quel momento, quando mi sono reso conto che la torretta non aveva la manica a vento e non conoscevo la direzione dello stesso. La determinazione ad andare comunque a volare era in me. Con tutte le sue incertezze.
Incontrare un amico volatore, che conosce le gioie e i dolori del cielo meglio di quanto abbia fatto fin ora io, perdersi a raccontar di vita per venti minuti, pieni e ricchi di cose di tutti i giorni e di cose straordinarie, sorridere… malgrado tutto, è stato oltre che bello utile per smorzare la tensione che si andava accumulando con l’accavallarsi di mille pensieri. E ancora nulla è accaduto.
Quando arriverò in fondo alla giornata, ancora non avrò consapevolezza di tutto ciò che mi è accaduto, ma… era già nell’aria.
Sono solo in decollo e nessuno è uscito prima di me.
Solo, ma si tanto si sa che quando esci in volo sei comunque solo, che le tue decisioni sono tue e gestiscono la tua vita, il tuo futuro immediato. Quindi mi faccio coraggio.
Beh, un po’ di voli e di decolli li hai fatti, poi dai cos’è tutta questa tensione….
Con calma mi preparo al decollo, controllo gli strumenti.
Sono pronto.
Osservo il ciclo termico, è buono, si ma sembra lungo vado, ok vado. Mah aspetto un attimo, forse è meglio se aspetto il prossimo ciclo… Ma no che è buona. Vado.
Sono oltre i cespugli, in volo, ma non sento nemmeno un po’ di termica, nemmeno un po’ di dinamica… Vuoi vedere che sono uscito proprio alla fine del ciclo.
Qualche piccola bolla termica inizia a solcare il cielo.
Atterro.
«Allora, sei riuscito a girare qualche termica?».
«Mi sa che ho sbagliato il momento del decollo e non ho agganciato subito, comunque è ancora presto».
Ricordo che il mattino prima parlavo con Ale di come dovrebbero essere le condizioni dopo un fronte, con distacchi decisi delle termiche e possibilità di fare buone quote in quanto l’aria si è rinfrescata e quando il sole scalda la terra, l’aria calda che sale incontra aria più fredda di quella che c’era prima e ha la possibilità di salire di più.
Beh sembrava già da quel momento in poi che avrei affrontato condizioni decise, cosa che non ho ancora fatto, come esorcizzare i demoni pensando che devo fidarmi della mia ala ed eccomi in decollo, senza titubanze. Tutti quelli usciti hanno fatto quota, ed il pilota che si sta preparando ad uscire prima di me, dice:
«Hanno fatto tutti quota, vedrai che io sarò l’unico a bucare».
E di risposta io gli dico: «Ah non ci contare molto, di solito sono io quello che buca».
Esco, ma non supero nemmeno i cespugli che una termica proprio davanti al decollo mi fa salire, la tengo e la giro, fino ai mille, dove l’aria è un po’ più mossa, ma oltre non vado, è vero mi dico termica è fuori va beh però provo ancora, ho perso 150 \ 200 metri, ritrovo la termica di prima che mi riporta intorno ai mille, ma come prima nulla di più. Ok proviamo fuori, lontani dal decollo, anche perché ho appena preso quella che Giulio chiama una papina che in dialetto è come dire una sberla, scoprirò poi leggendo il vario che era un più 4,2 secco cioè da fermo, mai provato prima e un po’ mi ha spaventato ma non ho perso la concentrazione, scoprirò poi che in quella giornata ci sono stati anche dei più otto, e qui non dico niente.
Fuori e meglio termiche decise che però mi mettono alla prova, devo lavorare molto sui comandi, al punto che la mia ala ondeggia paurosamente a destra e a sinistra, forse come dice Alberto devo usare meno comando, provo, va meglio ma le condizioni sono decise e lei la vela ondeggia ancora, continuo il controllo e intanto giro una bellissima termica costante a volte l’ala tende a restare indietro a volte sembra voler andare chissà dove ma io non glielo permetto, almeno penso di farlo, intenso, stupendo fino ad oggi la mia quota massima raggiunta è di 1064, indimenticabile e dopo essere arrivato vicino ai mille per due volte, non ho intenzione di mollare, impegnativo è impegnativo, ma salgo bene oh guarda milledue, non mollare su più su che più si sale più si balla di meno.
Balle, almeno non oggi meno male che non mi viene la nausea.
Mi guardo intorno, a dirla tutta non ho mai smesso di farlo, per un ovvia ragione di sicurezza, il paesaggio è per me da spettacolo, mai arrivato quassù, guardo il vario 1300, mai stato così in alto.
Il lago e la penisola fanno da sfondo nel loro splendido esistere, la cresta del decollo e le valli adiacenti che ancora non conosco, sono splendide, i paesi le piccole case degli uomini, ogni cosa da quassù ha un fascino particolare.
Se sto provando sensazioni così intense ora, non oso nemmeno chiedermi come potrebbe essere restare sospesi immersi nell’aria a duemila metri di quota.
Ho già percepito la distanza dal mondo che si prova quando sei così in alto, dopo ore di camminare arrivi ai tremila e davvero guardando giù ti senti lontano e molto più te stesso ed umile di fronte a questo spettacolo, ma non riesco ad immaginare come ci si possa sentire essere sospesi nell’aria cercando di tenere una termica che speri ti porterà almeno intorno ai duemila metri, e se il mondo degli uomini così reale e vivo in tutte le sue espressioni di gioia, d’amore di tristezza di odio di rabbia o di vendetta, quando effettivamente lo vivi, seduto a tavola a pranzo o a cena, quando ti fermi al distributore, mentre lavori, quotidianamente è così offuscato dal momento che stai vivendo a milletrecento metri, se milioni di cose restano là ad aspettarti nel loro splendore e tu nel tuo intimo tremi per tutto ciò, quando quella termica ti porterà a duemila metri e la distanza che percepivi dopo aver tanto camminato, ora la senti reale, come se la potessi toccare, come una cosa un momento tuo esclusivamente tuo che ora dividi solo con te stesso ma che non vedi l’ora di condividere con altri che conoscono questa sensazione e anche loro non vedono l’ora di condividerla con te, come saranno le sensazioni, quanto si amplificherà la distanza da tutto, come saranno le sensazioni, reali o impalpabili al momento presente ma comunque vive che solo in questo istante provi, mai uguale ad altri istanti, che profondità può arrivare a toccare l’essere durante una separazione dal mondo senza i piedi per terra. Ogni volta, più sono lontano più mi avvicino alla conoscenza di me stesso, e più sono io.
Penso che per oggi le sensazioni e le paure affrontate, perché di questo si trattava, non tanto mettere alla prova me stesso ma affrontare le paure, per essere in grado di dargli un nuovo valore.
Così sento che è il momento di scendere, scoprirò poi che il volo è durato 46 minuti il mio massimo e senza pensare che sono comunque scarico e manco di concentrazione sento che è ora di scendere, ma la giornata è difficile e scendere non mi sembra facile, perciò cerco una zona dove secondo me è meno probabile che ci sia termica ed inizio con dei tre e sessanta e scendo, bene mi dico scendo, l’atterraggio è lì sono però in controvento, ma non riuscendo ad avanzare ed il pensiero semplice è stato va beh, entro da qui. Mi sentivo ancora alto e un altro giro ci stava, pensavo sbagliato, ora l’unico posto dove appoggiare i piedi era il campo di granturco, avevo sbagliato qualcosa.
Granturco no, atterraggio alternativo, ok bene imposto perfetto ma l’ora è ancora piena ed il campo restituisce calore l’atterraggio non è grande, piccole bolle allungano la mia traiettoria, granturco… No, lascio avanzare la mia ala ancora un po’, poi viro, mi metto con il vento alle spalle, senza prevedere o calcolare ciò che sto facendo, attingendo alle esperienze vissute, attendo una posizione ottimale per la virata controvento, ora viro a sinistra, sono veloce l’altezza dal suolo è circa cinque sei metri, non mi lascio sopraffare dal panico, non ne ho il tempo, devo atterrare, devo rimanere concentrato, sono controvento, la velocità diminuisce, tengo il comando di sinistra e affondo con calma ma con decisione il comando di destra, sento che l’ala rallenta ed io ancora in accelerazione, salgo un po’, definito overfly, penso che la devo tenere in questa posizione e me lo dico, non mollarla tienila così.
L’ho già fatto un atterraggio così, in virata in velocità, quando la vela è scesa alle mie spalle dopo avermi depositato dolcemente al suolo il mio pensiero è andato ad Alberto il mio istruttore di volo quando una volta durante il corso mi ha fatto atterrare in virata. Da allora senza che me ne rendessi conto almeno fino a questo momento, quella lezione mi è entrata nel dna di pilota che piano piano va a formarsi, crescendo ogni volta che nuove esperienze si aggiungono.
Il primo pensiero è andato ad Alberto, con un grazie per quella lezione, non so se perché sono atterrato incolume, non so se perché l’atterraggio aveva un misto di acrobazia e perfezione, che valuto però con occhi profani, non so perché ma ora mi tremano le gambe e la seconda cosa che mi viene in mente di fare è chiamare a casa per condividere la straordinaria esperienza appena vissuta, ma poi naturalmente le battute scambiate sono le solite, sono appena atterrato tutto bene qua e voi come va, ciao ci vediamo tra un po’.
Piano piano le gambe smettono di tremare, poi saprò che un amico, ancora in volo a milletrecento metri vedendo la mia ala nel campo si è preoccupato della mia incolumità, non vedendo il ripiegamento, cercava contatti via radio per sapere se tutto era a posto.
È stato il contatto con Alberto che mi ha visto comunque incolume in procinto di ripiegare, a lasciarlo tranquillo a godersi la continuità del suo volo.
Ripiego e mi incammino verso l’atterraggio ufficiale, per oggi le emozioni sono state sufficienti, bisogna assorbirle con gradualità, forse…
Non mi rimane che sorseggiare una birra fresca, di cui ne sento il bisogno e condividere le straordinarie emozioni di questo volo, con la consapevolezza che comunque sono già state vissute e forse il mio raccontar di cose sembra superfluo a molti, ma una cosa è sicura, le ho vissute io.
Il secondo passo è dividerle con gli altri volatori, ascoltando nell’insieme il loro racconto.
Non andrò mai molto oltre i miei limiti, li conosco e non voglio provare a superarli, almeno per ora, molti altri pensieri mi tengono ancora dentro i limiti, ed essere consapevole di tutte queste cose, da al mio insieme una sensazione di completezza che non può essere descritta con parole ma rimane impressa dentro, con la stessa forza delle parole “IO SONO”.
Brescia, agosto 2007
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